Antisocial – Parte 3

Siamo arrivati alla conclusione. Eh già, anche gli Antisocial finiscono prima o poi.
Terzo ed ultimo appuntamento con i nostri amici intolleranti ai social, sempre ad un passo da un crack arterioso quando sentono nominare quello che secondo loro è causa del rinseccolimento di tante ingenue e scrivibili menti: Facebook.

L’ultima parte è interamente dedicata all’Antisocial con la A talmente maiuscola da non passare dalle porte, ed è un insospettabile iscritto.
Eh sì, avete capito bene, un iscritto, uno di quelli che hanno Facebook. No, non parlo di zio Mark…zio…fratello Mark Zuckerberg, essere dalla faccia equina e conto in banca con tanti zeri quanti io non  riuscirò mai a percepirne con una sola occhiata, mi riferisco a chi sull’ aminemico social ci sguazza come un tortellino nel brodo.

L’ultimate Antisocial si chiama:

“Il condivisore”

Tremo solo a pensarci, figuriamoci a scrivere di lui.
Ci proverò.
Il Condivisore ama autocelebrarsi condividendo tutto ciò in cui lui è il solo, icontrastato e assoluto protagonista. E per tutto, intendo tutto. Lo scrivo ancora: tutto. Ogni cosa lo riguardi è condivisibile per legge. La sua, quella che lo obbliga ad informare l’intero quadrante galattico per qualsiasi migrazione di globulo rosso che gli scorrazza nelle vene.

Se un ginocchio gli scricchiola, Facebook sarà il primo a saperlo; se riproduce tutto il pranzo di ieri e oggi e domani, Facebook ne verrà informato in real time; se spidocchia il cane, posta su Facebook la foto della pre-spidocchiata, del mentre, del dopo e una sua con una sorridente famiglia di pidocchi in braccio; se la sua ragazza lo molla, comunque Facebook era già informato dei fatti; se viene preso sotto da un camion, gli rimane ancora la mano per scriverlo su Facebook; se muore, si scrive da solo le condoglianze. Naturalmente su Facebook.

Io, io e solo io

Imbalsamato di egocentrismo, si aspetta che tutta la lista contatti risponda ad un suo “Mangio” o all’altrettanto intellettualissimo “Rutto”. Non considera minimamente l’ipotesi che il popolo retaiolo e il mondo in generale lo trovino interessante e godibile come due dita di polvere sulla mobilia. Crede fermamente che la sua sola presenza basti per fare la differenza, non ha bisogno di altro per dire di aver dato qualcosa a qualcuno. Difatti sulla bocca, anzi no, sullo status compaiono spesso frasi che vendicano il suo altissimo, purissimo, indiscutibilissimo altruismo.

Lui è un amico vero. Lui è sempre quello che ci rimette. Lui lascia il posto alle vecchiette sull’autobus…sì, anche perché nostro signore Il Condivisore non lo prende mica, l’autobus. Siete pazzi?, piuttosto si prende la scabbia!
Lui lavora sempre più degli altri mettendoci non uno, non due, ma tutti i tre cuori che è sicuro di possedere. Ovviamente ne sa sempre centodue più del mondo e di Frate Indovino. E’ grazie a lui se all’homo sapiens è stato aggiunto un altro “sapiens”.

Concedere un “Mi piace” vuol dire fare beneficenza. Rispondere ad altrui status è la massima dimostrazione della propria filantropia e soprattutto dell’amore per la condivisione di idee e conoscenze. Salvo poi scoprire che quando risponde, al massimo condivide un anemico emoticon. Se va oltre rischia di esser scambiato per Gesù Cristo.

Giù la maschera

Anche se l’ho chiamato Il Condivisore, in verità lui non condivide null’altro che se stesso quale miglior prodotto del secolo. Vede il social come una una vetrina dove c’è perennemente un espositore pieno di lui, solo lui, nulla più di lui e della sua vita. E tutto questo basta per autoconvincersi di essere sociale, sociofilo e, peggio, comunicatore. Il brutto è quando sono gli altri a considerarlo tale. E succede, credetemi, succede.

Eh? Come dite? Perché questo essere dovrebbe prendersi l’Oscar dell’Antisocial visto che è iscritto e postante?
Be’, è semplice: perché pur amando Facebook, pur impiegando il 90% del suo tempo libero e altrettanto di quello lavorativo a scrivere su Facebook, pur condividendo ogni pixel della sua esistenza su Facebook, in verità  non comunica con nessuno, tranne che con se stesso, appunto.
Non socializza. Non fa girare alcuna informazione utile alla società né un pensiero che possa anche solo creare una discussione dove si mostra qualcosa di più di un semplice cronista di una partita che gioca e dirige da solo. Utilizza Facebook come un canale di scolo dove c’è posto solo per la sua acqua: nessuno può risalire fino ad arrivare a toccare la fonte. Non scambia quattro chiacchiere, le tira e poi le lascia marcire sicuro che per essere una animale sociale basta avere una lista contatti a tre zeri.

E’ quello che là fuori lo si può sentir partorire frasi di questo alto senso umanitario:
“Tu ti lamenti perché tuo padre sta per morire, tua madre è in coma e tua nonna è scappata a Cuba con un ballerino di trent’anni, non prima di avere intestato a lui tutti i suoi averi? Non sai cosa è successo a me: ho trovato una lucertola sulla mia Lacoste nuova di pacca!”

E’ un Antisocial, solo che non sa di esserlo sia là fuori che qua dentro.

Conclusioni…le mie

In questi post ho volutamente gonfiato aspetti e parole di chi ha detto “No, grazie” a Facebook & Company, qualcuno mi ha fatto notare come spesso l’esasperazione riesce a tradire la realtà dei fatti, delle persone, dei comportamenti assunti, di ciò che si dice, dimostrando anche il contrario di come stanno veramente le cose.

Eh sì, è vero,  probabilmente non esistono madri che disapprovano Facebook mentre gettano secchiate d’ acqua santa sui siti porno, e nemmeno posso credere nell’esistenza di persone che fanno del mondo e del web posti infestati da pedofili, però ci sono le loro controfigure reali, quelle che basta dire NO alla moda di turno per credere di avere un’idea e di possedere l’insindacabile diritto di giudicare sistematicamente e molto negativamente chi invece la moda la segue, anche solo perché quella moda è per molti aspetti utile, ma anche solo divertente.

Pompati da giornali, tv e cicaleccio da bar, dove di Facebook viene spesso e volentieri mostrato il lato oscuro, responsabilizzano il mezzo e non la persona, come fanno molti media quando uno sciatore va di propria sponte a fare l’Isolde Kostner denoiartri fuori pista incontrando una valanga che se lo trascina a valle a rate: la notizia viene titolata “Montagna assassina”, non “Sciatore microcefalo”. Si responsabilizza l’oggetto, non la persona. Ciò accade con tutto, con le auto che raggiungono i 300 km da ferme, l’alcool nei supermercati o negli asili nido, le pistole giocattolo che forse tanto giocattolo non erano. Se sul banco dell’imputato possiamo metterci il mezzo o l’oggetto, via, colpevole, la seduta è conclusa, annamo a casa a magna’ ché è ora.

E fino a quando esisterà questa smania tutta umana di dare la colpa alle pistole non a chi le usa per ammazzare, ci saranno sempre degli Antisocial pronti a condannare un Facebook, un Twitter, un Friend Feed, un Meemi  per aver corrotto le menti e per averle portate laddove nessun uomo è mai giusto prima: a Ovinolandia.

Il punto è che ci sarò anche io, sempre in disponibile mode on quando c’è da prendere tutti per il retrobottega.

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L'autore

"Quella che fa i siti" per i clienti, Smanettona per se stessa e Web Designer per chi la sopravvaluta, Francesca o "Pikadilly" ha cominciato a lavorare in rete quando si è resa conto che le scorte di cibo erano drasticamente finite. Adesso sopravvive nella giungla del web bloggando improponibili esperienze legate al difficile rapporto con la clientela e cercando di convincere il mondo che l'essere smanettoni è una cosa serissima.

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